Il restauro della Madonna

La Madonna di Piazza Grande giacque per un secolo dimenticata nella cripta del Duomo, prima che si intraprendesse il ricupero della stessa attraverso un accurato restauro. Il lavoro venne affidato allo studio Gabrieli-Traversi di Bergamo.

La restauratrice effettuò un primo esame visivo nel 1990 con lo scopo di decretare lo stato conservativo del manufatto. Da questa prima analisi, la statua si presentò ridipinta nella quasi totalità delle sue parti: in particolare l'azzurro sgargiante del manto risultò essere spurio, infatti ricopriva non solo alcune porzioni dello stesso, ma anche la struttura di malta e mattoni posta in un periodo successivo nel retro a rinforzo della statua. Le analisi successive diedero ragione alla restauratrice confermando una ridipintura in blu oltremare e blu di Prussia, entrambi pigmenti moderni. Lo stesso valeva per la fodera bianca del manto che, pur essendo impreziosito da arabeschi in bronzina ossidata, lasciava intravedere decorazioni precedenti non corrispondenti a quelli sovrastanti. Anche la veste, di un rosa vivace punteggiato di stelle dorate, doveva essere frutto di vecchi interventi di restauro, tanto che andava a ricoprire anche alcune pieghe della veste. Anche in questo caso le analisi stratigrafiche confermarono l'ipotesi individuando la presenza di bianco di titanio, commercializzato per la prima volta nel 1920. Infine le ridipinture degli incarnati risultarono molto grossolane e tendevano a sollevarsi in scaglie. La statua, dal punto di vista del materiale costruttivo, si presentò, nonostante la lunga permanenza in ambiente umido, in buono stato di conservazione.

Dal punto di vista strutturale si resero necessarie ulteriori verifiche, e fu necessario sigillare una crepa sul manto all'altezza del braccio destro, insieme alla necessità di rifare alcune pieghe della veste accanto al piede sinistro.

Una prima fase dell'intervento venne eseguita all'inizio del 1991, quando la statua venne liberata dalle sovrastrutture in cemento che erano state applicare sul retro e, per facilitarne il trasporto, venne progettato e costruito un basamento provvisorio in legno che ne facilitasse il sollevamento. Analizzando la statua in laboratorio si evidenziarono gli interventi che essa subì in passato; infatti, all'epoca del trasporto in cripta, la statua venne rinforzata sul retro da un'armatura in ferro ricoperta da un pesante strato di cemento. Probabilmente l'armatura lignea interna nella quale erano stati infilati dei cilindri di terracotta si degradò. Ne fu la prova la quantità considerevole di trucioli di legno ritrovati che dovevano appartenere a questo primitivo scheletro sostituito poi dall'armatura in ferro. Questo materiale, ossidandosi, arrecò un danno notevole all'intera struttura, spezzandola addirittura in alcune sue parti: la testa del Bambin Gesù risultò essere sostenuta da un esile bastoncino.

Dopo aver effettuato la documentazione fotografica del manufatto, il primo considerevole intervento fu proprio quello di creare una nuova struttura portante. Vennero perciò inserite barre a L di acciaio inox all'interno, una delle quali sorreggeva la figura dai piedi alla testa, mentre l'altra dalla parte inferiore del corpo arrivava sino al basamento. Nel fissare le barre con malta a base di calce, sul retro della statua si decise di lasciare in vista gli strati di materiale originale, testimoni delle diverse fasi costruttive.
Dopo una spolveratura con pennelli morbidi e aspirapolvere, in modo da togliere gli strati più superficiali di sporco, vennero effettuati numerosi saggi di pulitura. I solventi più idonei ad effettuare questa operazione furono scelti in seguito ad analisi stratigrafiche della patina pittorica.

La rimozione delle ridipinture, al fine di ricuperare la cromia originaria, di cui fortunatamente, rimaneva ancora traccia, venne eseguita in parte a bisturi e in parte con solventi. Così il volto della Madonna, le sue mani, il velo, il colletto e il corpo del bambino, vennero ripuliti. Maggiori problemi diede invece il manto blu della Vergine. Le analisi non riuscirono a trovare un pigmento più antico, così si decise di rimuovere comunque gli strati pittorici superficiali per lasciar intravedere il colore preparatorio.
Alcune integrazioni in malta e gesso vennero sostituite da un impasto a base di grassello e polvere di marmo che servì anche per sigillare le crepe presenti in diversi punti del manufatto e per ricostruire la croce del mappamondo. Nelle parti di malta più danneggiate vennero effettuate iniezioni di Primal AC33. Le fessure, così sigillate, vennero coperte con velature ad acquerello. Venne rimossa anche la corona ottocentesca decorativa posta in capo alla Vergine.

Il prezioso lavoro, presentato dalla restauratrice Gabrieli-Traversi nella Cattedrale di Pavia il 7 Novembre 1992, non servì solo a restituire alla città la Madonna nel suo splendore originario, ma diede anche preziose informazioni riguardanti le diverse fasi costruttive della stessa.